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Nota n. 8686 -  Il Comitato per le Pari Opportunità, istituito ex art. 20, DPR n. 395/95 e succ. modd., sin dal primo insediamento connota la sua azione per un’insignificante efficacia rispetto ai compiti e agli obiettivi che lo avevano ispirato.

 

            Quanto sopra, naturalmente, al netto dell’impegno – che pure ha registrato fasi alterne – di chi lo ha presieduto e lo presiede e di ogni componente.

            Anzi, si potrebbe quasi dire che, restando costantemente prossima allo zero la capacità di incidere rispetto alle politiche complessive dell’Amministrazione penitenziaria, la sua efficacia sia inversamente proporzionale al numero delle volte che si riunisce e alla rilevanza “esterna” che si attribuisce a ciascun incontro.

            In altri termini, si ha netta la sensazione di una specie di baratto fra riunioni e visibilità in cambio dell’ininfluenza su tutto ciò che ancora oggi è di ostacolo a politiche e gestioni organizzative che promuovano la parità di genere.

            Si assiste così a convocazioni del CPO, in “pompa magna”, in concomitanza di particolari ricorrenze (cfr. Giornata internazionale della donna), ma si registra altresì l’ostinato perseverare nel mortificare quotidianamente le donne della Polizia penitenziaria e, parallelamente, nell’impedire che il CPO possa pragmaticamente compulsare gli organi preposti al fine di superare le discriminazioni esistenti.

            In tale quadro, le donne del Corpo di polizia penitenziaria continuano ad essere esigue, e di gran lunga insufficienti, nel numero e ciò costituisce la causa – quasi si trattasse del “peccato originale” – per un’ulteriore serie di discriminazioni che va dalla possibilità, concreta, di ambire a tutti agli impieghi e agli incarichi propri del ruolo di appartenenza sino a spingersi alle progressioni di carriera (cfr. sentenza del 6 marzo 2014, Causa C-595/12 della corte di giustizia dell’unione europea; solo parziale recepimento delle prescrizioni di cui alla direttiva n. 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006).

            È di tutta evidenza, pertanto, che la particolare inefficacia del CPO si traduca anche in un’inutile spesa a carico delle finanze pubbliche, peraltro gravante soprattutto sul già sofferente capitolo destinato a remunerare i servizi di missione fuori sede, tanto da lambire persino ipotesi di danno erariale.

            Appare di assoluta necessità ed urgenza, dunque, invertire radicalmente la tendenza e dare slancio all’azione del CPO che, a parere di questa O.S., deve anche occuparsi di esaminare celermente le segnalazioni prodotte dalla periferia, pure da parte di OO.SS., e pronunciarsi in merito ad esse con delibere che, auspicabilmente, dovrebbero poi essere tradotte in atti di indirizzo da parte della S.V., fatta salva l’eventuale convenienza di rimetterle a ulteriore esame.

            Si prega pertanto la S.V. di voler convocare le OO.SS. rappresentative e tutte le componenti in causa al fine di un confronto che, anche senza alcuna natura negoziale, possa tracciare un percorso condiviso che restituisca al CPO la propria ratio istitutiva.

            Nell’attesa, molti cordiali saluti. f.to: Il Segretario Generale Angelo Urso

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