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La prima puntata della serie «Voci dal carcere»

Alessandro Trocino - videoChristian Franz Tragni / CorriereTv

«Ci si uccide soltanto per esistere», ha scritto André Malraux e la definizione si adatta perfettamente ai detenuti, che sono fantasmi, corpi nascosti alla vista della società, presenze rimosse che reclamano di essere vive e ottengono solo silenzio, porte chiuse, attesa, umiliazione. Persone che vivono ancora, ma non esistono. Ci si uccide per disperazione, che è mancanza di speranza. E che speranza possono avere un uomo o una donna che devono trascorrere anni in uno spazio di due o tre metri, spesso senza fare nulla, condannati a tagliare i rapporti con il mondo esterno, carnefici di qualcuno e vittime di un sistema che si limita ad accatastare corpi, materiale di scarto di una società che, una volta usciti, li tratterà da criminali? Marchiati con uno stigma che renderà difficile trovare lavoro e ricominciare una vita fuori. 

La storia di Hamid
​Hamid Badoui aveva 42 anni. Era di nazionalità marocchina e viveva da dieci anni in Italia. Irregolare, il 9 aprile viene portato in un Cpr, i centri di permanenza per il rimpatrio. Prima a Bari, poi in Albania, dopo la modifica che ha reso possibile trasferire i migranti in territorio extra Ue. Lo trasferiscono, racconta, con i polsi legati con fascette di plastica, anche se non è detenuto per nessun reato. Detenzione amministrativa, la chiamano. Il 13 maggio viene liberato, su richiesta di un magistrato, e torna a Torino. Qui litiga con alcuni connazionali, in una tabaccheria, accusandoli di averlo truffato con una scheda sim. Gli agenti arrivati sul posto non gli credono, lui dà un calcio alla volante e viene arrestato per resistenza, oltraggio e lesioni, nonostante una piccola folla, come testimonia un video, chieda ai poliziotti di lasciarlo libero. Hamid aveva paura di dover tornare in Albania. Il 19 maggio ci sarebbe stata l'udienza e sarebbe stato probabilmente liberato, vista l'entità lieve del reato contestato. Al suo avvocato racconta: «Non voglio tornare in Albania, è meglio il carcere del Cpr di Gajder». Quello stesso giorno, Hamid si toglie i lacci delle scarpe e si impicca.

Togliersi la vita in carcere 
​Ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio che quello dei suicidi in carcere «è un fenomeno che esiste, come la malattia, ed è ineliminabile». Affermazione teoricamente corretta, perché i suicidi sono un fenomeno ineliminabile anche nel mondo esterno, ma profondamente sbagliata perché dentro le carceri si muore molto di più ed è proprio la detenzione - in luoghi malsani e sovraffollati e in condizioni di degrado e di abbandono - a creare le condizioni perché sempre più persone decidano di togliersi la vita. Ad aggravare il fenomeno, la circostanza che siano vite affidate allo Stato, che le ha in custodia e che dovrebbe preservarle.

Il rapporto di Antigone 
​Diamo qualche dato estratto dal nuovissimo rapporto di Antigone (presentato oggi, 29 maggio 2025), benemerita associazione che si occupa di detenuti. Se fermiamo i conti al 25 maggio, il 2025 ha visto 33 suicidi negli istituti penitenziari, con 106 morti complessivi di cui 73 per «altre cause». Il 2024 era stato l’anno record (91 suicidi) e il 2025 rischia di essere peggiore. I dati di Antigone fanno riferimento a quelli di un’altra associazione, Ristretti orizzonte. Quelli ufficiali sono sottodimensionati. Spesso il ministero non calcola chi muore in ospedale qualche giorno dopo aver tentato il suicidio in cella o chi inala gas dalle bombolette per cucinare. Molti suicidi vengono attribuiti a «cause da accertare».

In carcere ci si toglie la vita 25 volte in più rispetto alla società esterna. Il tasso di suicidi in Italia è il doppio della media europea. L'età media dei suicidi è di 41 anni. Il 45,2 delle vittime sono stranieri (anche se in percentuale i non italiani nelle galere sono solo il 31,6). Il 40 per cento dei suicidi è composto da persone che erano in custodia cautelare, in attesa del primo giudizio, e quindi tecnicamente innocenti. Dai dati di Antigone, che comprendono il 2024 e il 2025 fino a maggio, 17 delle 124 persone morte soffrivano di patologie psichiatriche e 6 avevano un passato di tossicodipendenza. Almeno 27 di loro avevano già tentato di togliersi la vita. Nessuno, evidentemente, è riuscito a dissuaderli dal riprovarci. 

Dove avvengono i suicidi?
Il sovraffollamento non è una causa diretta, ma crea le condizioni perché peggiorino tutti i parametri di vita all’interno dei penitenziari. I dati dicono che c’è una correlazione tra il tasso dei suicidi e gli istituti più sovraffollati, come Verona, Poggioreale (Napoli) e Regina Coeli (Roma). Impressiona il fatto che il 75 per cento dei suicidi sia avvenuto in sezioni a custodia chiusa (dove, cioè, si sta in cella quasi tutto il giorno, oltre che la notte) e che almeno 20 di questi siano avvenuti in condizioni di isolamento. 

Chi si uccide in cella?
​Si tolgono la vita soprattutto detenuti senza grande esperienza criminale, persone fragili, che vivono il carcere per la prima volta e che non dispongono di una rete familiare e sociale che riesca a proteggerli. Difficile che a uccidersi sia un criminale incallito, un mafioso, un terrorista, persone che la galera l’hanno messa in conto. Muoiono ventenni - come il tunisino il cui nome non è stato reso noto e che si è tolto la vita a Barcellona Pozzo di Gotto il 24 maggio - o anziani di 82 anni, come Vincenzo Urbisaglia, a Potenza. Persone con gravi malattie mentali, come Damiano Cosimo Lombardo, di Caltanissetta, dichiarato da un perito «totalmente incompatibile con la detenzione». Donne madri alle quali era stato sottratto il figlio, come Donatela Hodo, a Verona. Agenti penitenziari, come Umberto Paolillo, che aveva denunciato il mobbing dei colleghi.

Quando avvengono più di frequente?
Molti avvengono all’arrivo in carcere. I «nuovi giunti» sono i più a rischio. Secondo il rapporto di Antigone, la metà avviene nei primi sei mesi di detenzione. Molti, durante la prima settimana. Ma ci sono altri due momenti molto pericolosi. I giorni che precedono un’udienza decisiva in tribunale e quelli che precedono la liberazione. Sembra paradossale, ma la mancanza di prospettiva, l’idea di tornare in libertà senza lavoro, senza soldi, con lo stigma del criminale e l’ipotesi di dover ricominciare a commettere crimini per sopravvivere, è intollerabile per molti.

Come ci si uccide
Il primo metodo usato è l’impiccamento. Si ritagliano le lenzuola, le si annodano a qualcosa di solido - le sbarre, i letti a castello, persino i caloriferi - e si stringe il cappio intorno al collo. A volte si usano i lacci delle scarpe, che pure i detenuti non dovrebbero avere. Sono frequenti i casi di autolesionismo con i vetri o ingoiando le pile. Ma la seconda causa di morte è rappresentata dall’inalazione di gas dalle bombolette da campeggio usate per cucinare. Inutilmente da anni si chiede di sostituirle con piastre elettriche (servirebbero le prese, praticamente assenti in tutte le carceri). Spesso queste morti non vengono conteggiate ufficialmente dal ministero, perché sono considerate un effetto letale del tentativo di usare il gas come una droga.

Come riuscire ad evitarli
Chi entra in carcere viene sottoposto a una visita. Nel caso in cui il sanitario riscontri un rischio suicidario (perché c’è già stato un tentativo o ci sono altri fattori), viene disposta la cosiddetta grande sorveglianza. In questo caso, un agente passa davanti alla cella ogni mezz’ora. Un metodo totalmente inefficace, come dimostrano anche le statistiche: su 124 suicidi monitorati da Antigone, 16 persone erano state sottoposte in passato alla grande sorveglianza e 7 erano sottoposte alla misura quando si sono tolte la vita. 
Per capire come ridurre il fenomeno, bisogna studiare i dati. Se la maggioranza dei suicidi è avvenuta in sezioni a custodia chiusa, vuol dire che bisogna invertire questa tendenza, in atto da tempo, e ripristinare il più possibile la sorveglianza dinamica, che prevede porte aperte durante il giorno. Serve moltiplicare le attività all’interno delle galere. Attività sportive, culturali, di studio. Corsi di lingua, di teatro, di artigianato. E poi il lavoro, all’interno e soprattutto all’esterno: sono molte migliaia i detenuti che avrebbero diritto a lavorare fuori, per far ritorno di notte in istituto, ma non lo fanno perché non c’è un raccordo con le aziende sul territorio. È provato che chi è attivo, chi è impegnato in attività, ha un tasso di recidiva che si abbassa drasticamente dalla media generale del 70 per cento.
Un elemento fondamentale per ridurre i suicidi sarebbe l’aumento della possibilità di contatti con i familiari. Finora i detenuti avevano la possibilità di fare una telefonata alla settimana di dieci minuti ai familiari. Un decreto legge del 4 luglio 2024 prevedeva un aumento di questa possibilità, ma il regolamento attuativo che doveva arrivare entro sei mesi non c’è ancora. Risultato, ogni direttore di carcere può arbitrariamente decidere se aumentare o meno questi tempi. Se una persona che si trova in condizioni psicologiche disastrose, e sta pensando di uccidersi, potesse chiamare una madre, un figlio, una sorella, anche solo per pochi minuti, lo farebbe davvero? Quante vite potrebbero essere salvate?  

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