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"FuoriLegge" (Lo stato) questo il titolo del reportage completo (da cui sono stati estratti gli episodi precedenti) che abbiamo fatto (oggi pubblicato dal Corriere Tv) per denunciare, attraverso la voce dei protagonisti, il sistema carcerario italiano che non rispetta la costituzione.

Il videoreportage completo e l'intervista a Mauro Palma, ex Garante dei detenuti, che celebra l'anniversario ma si dice preoccupato per il clima che si è creato - di Alessandro Trocino, video Christian Franz Tragni / CorriereTv

«Occorre rendersi conto che le manifestazioni di malcontento che si sono verificate nelle carceri in questi ultimi anni non rappresentano l’espressione di un parossistico, gratuito furore contestativo, ma sono, al contrario, il risultato di una crisi che non riguarda solo le strutture dell’ordinamento penitenziario, bensì coinvolge più a monte i caratteri stessi del nostro sistema penale e processuale e le cause socio-economiche del delitto»
Mario Zagari, ministro della Giustizia nel 1973



Tra le tante ricorrenze che ogni giorno commemoriamo, ce n’è una che fa fatica a trovare spazio sui giornali: la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975, che prese il posto del regolamento fascista del 1931. Una rivoluzione copernicana, una riforma epocale, come molte negli anni ’70: lo Statuto dei lavoratori, la riforma della sanità e del diritto di famiglia, la chiusura dei manicomi, il divorzio, l’aborto. Per la prima volta, il detenuto diventa un cittadino (quasi) come gli altri, con una sua soggettività giuridica. Non solo doveri - l'obbligo di scontare la pena nella privazione della libertà -, ma anche diritti che lo Stato deve garantire, come esseri umani e cittadini. Con una prospettiva non più solo punitiva, ma di reinserimento nella società. Ne parliamo con Mauro Palma, memoria storica sull'argomento, che per quasi otto anni è stato Garante nazionale delle persone private della libertà e oggi è presidente dell'European Penological Center, all'università di Roma Tre.

Professore, la riforma è del '75: in che clima matura?
«All'epoca la prassi era più avanti delle regole. Per fare un esempio, nel regolamento del '31 si prevedeva che ai detenuti fosse vietato persino parlare. "I soliti ignoti", che è del '58, ci fa vedere un'altra realtà. Ma la necessità di aggiornare le norme e andare avanti era sentita da tutti».

A sinistra e a destra?
«Sì. Comincia a lavorarci nel 1960 il ministro della Giustizia Guido Gonella, democristiano. Poi si entra nel vivo nel 1973, quando è ministro il socialista Mario Zagari. A destra e a sinistra ognuno faceva pressioni per privilegiare il suo polo di riferimento: punizione, prevenzione o rieducazione. Ma alla fine ci fu una convergenza».

Fu facile l'iter?
«No, perché in itinere il clima cambiò. Zagari la presenta nel '73, il Senato l'approva nel '74. Ci vuole poi un anno e mezzo, poi, per il via libera della Camera. Che la cambia in senso restrittivo. Nel frattempo, nel maggio del '74, c'è la rivolta di Alessandria con sei morti. E a giugno c'è il primo delitto delle Br, che uccidono a Padova due militanti del Msi. Il clima di tensione si fa sentire».

Cambia anche il clima sociale: nel 1977 esce «Un borghese piccolo piccolo», di Mario Monicelli con Alberto Sordi vendicatore del figlio ucciso in una rapina. Politicamente cosa succede?

«Diventa ministro Oronzo Reale, diventato noto poi per la legge a suo nome, sull'ordine pubblico. Agli 89 articoli del Senato, la Camera aggiunge il 90, per il quale premeva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Articolo che è un po' il nonno del 41 bis. Consentiva di sospendere le regole del trattamento. La legge Gozzini del 1986 cancellerà questo articolo e produrrà il 41 bis, che in caso di rivolta consente di sospendere le regole in un istituto. Il secondo comma del 41 bis, introdotto dopo le stragi del '92, permetterà di sospendere le regole anche per i singoli detenuti».

Insomma, l'articolo 90 fu il prezzo da pagare per ottenere riforme liberali. Chi furono i padri della legge?

«Il primo fu Gonella. Quando la legge viene approvata alla Camera, siamo nel governo Rumor IV, l'anno successivo siamo nel Moro IV. Nel 1973 si forma un gruppo di giovani cattolici impegnati, tra i quali Gozzini e Sandro Margara. Si riunivano vicino alla Badia fiesolana, a Firenze, e poi in carcere e qui discutevano dei lavori di avanzamento della riforma. Fu un momento importante: allora le difficoltà si affrontavano discutendo e creando un clima culturale e politico».

Lei che faceva allora?
«Io nasco come matematico. Mi sono laureato inizialmente in logica matematica e mi occupavo della deontica, la logica dei comportamenti, applicata anche al sistema penale. Ero un ragazzotto di poco più di 25 anni e cominciavo a scrivere per il manifesto».

Fece paura all'opinione pubblica questa legge rivoluzionaria?
«No, c'era un clima e un'impostazione che favoriva la cultura dell'inclusività. All'epoca preoccupava di più, in senso opposto, la legge Reale. Il clima cambia con la lotta armata, che fa aumentare la criminalità e anche il numero dei detenuti. All'epoca, nel 1973, c'erano 27 mila detenuti. Crebbero negli anni '80 fino a 45 mila».

Niente in confronto agli attuali 62 mila. Ma la politica non si fece fermare.
«No. Le faccio un esempio: la legge sull'abolizione dei manicomi. Guardiamo la data di approvazione: 13 maggio 1978. Quattro giorni prima era stato trovato il cadavere di Aldo Moro. L'attività parlamentare non si fermò neanche di fronte alla più grande tragedia del dopoguerra. Oggi può bastare uno scippo finito male per paralizzare tutto».

Tentiamo un bilancio di quella riforma: in cosa è fallita?
«Direi in due aspetti. Il mancato investimento di risorse. In personale, strutture, supporto. E poi una difficoltà di applicazione: spesso è stata vista come una sperimentazione. Quando sento dire che l'esperienza di Bollate è un esperimento, capisco che è stato un fallimento. L'eccezione doveva diventare normalità. Non è successo anche perché è cambiata la popolazione penitenziaria. Nel 1975 non c'era la marginalità sociale. Il carcere - sento l'espressione "discarica sociale" ormai da 30 anni -, è diventato un luogo di contraddizioni irrisolte».

Cos'altro è cambiato da allora?
«Il clima. La politica non è più propulsore di un avanzamento sociale, ma cerca solo il consenso elettorale. Si governa con le paure. Basti guardare le pagine che i giornali dedicano alla cronaca nera, e lo spazio in tv. Quando ricordo che 25 anni fa c'erano 2500 omicidi all'anno e lo scorso anno sono stati solo 334, mi prendono tutti per pazzo. La verità è che è cresciuta l'enfasi, non il crimine. E l'enfasi determina spesso imitazione».

Casi come quello di Emanuele De Maria, che lavorava all'esterno e ha ucciso due persone, e del ragazzo che si è laureato ed è scappato, scandalizzano l'opinione pubblica. La notizia dovrebbero essere le decine di migliaia che ogni giorno rispettano le regole.
«Esatto. Se c'è stato un problema in un caso singolo, evidentemente la relazione di chi doveva seguire il soggetto è stata disfunzionale. Ma non è un allarme sociale».

Il ministro Nordio è partito dalla rivendicazione di un diritto penale minimo a un aumento di pene e reati.
«Sì, solo nell'ultimo decreto sicurezza ci sono nove nuovi reati. Nordio non ha capito che l'aumento dei detenuti è un riflesso dell'aver trasformato questioni disciplinari in reati».

Cioè?
«Il possesso di telefonini in cella era un'infrazione, ora è reato. Non è diminuito il fenomeno, in compenso quando vengono scoperti prendono altri due anni di pena. Si chiamano reati endocarcerari. Come quello della rivolta, in arrivo con il decreto sicurezza, e ancora peggiore. L'espansione del controllo penale fa scoppiare le carceri».

È il panpenalismo. Ma i detenuti sono davvero cresciuti tanto?
«Quando sono diventato Garante nazionale, nel 2016, le persone nell'area del controllo penale - che include carceri, comunità chiuse e misure alternative - erano 100 mila. Quando ho lasciato, quasi otto anni dopo erano 160 mila. Oggi siamo a 180 mila».

Non ci dovrebbero stare tutti, a rigor di legge.
«Si parla spesso di ridurre la custodia cautelare ed è giusto, naturalmente. Ma riflettiamo su un dato: oggi ci sono 1300 persone in cella condannate a meno di un anno di carcere. Dovrebbere essere fuori, ma rimangono perché non hanno casa e i magistrati non li possono scarcerare in misura alternativa. Ecco la marginalità».

L'ufficio del Garante, con questo governo, sembra sempre meno indipendente, sempre meno presente e incisivo. E, in definitiva, sempre meno garante. Lei non ama parlarne, da ex garante, ma proviamoci.
«Ci tengo a quest'istituzione, non voglio attaccarla. Ma è vero che è evidente la questione della scarsa indipendenza. Non solo quella. Il collegio fa sempre meno visite, non solo in carcere ma anche nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e nei centri migranti. Visitare è molto complicato ed è un diritto che è stato ottenuto grazie a Sandro Margara tanti anni fa: il garante può entrare in maniera libera, fare colloqui riservati, controllare documenti, approfondire le dinamiche. Oggi vedo che si fa una visita rapida, ci si fa una foto per la stampa e via».

Suppliscono Antigone, Nessuno Tocchi Caino e poche altre associazioni.
«Meritorie, ma non hanno gli stessi poteri del Garante».

E poi c'è la questione della relazione, che il Garante dovrebbe presentare al Parlamento ogni anno.
«L'ultima l'ho fatta io, il 15 giugno 2023. Da allora nulla. Non vedo traccia di quelle del 2024 e del 2025. L'ufficio del Garante è sempre meno efficace, tanto è vero che molti esperti se ne stanno andando. Ma a proposito di indipendenza, sa chi è stato nominato Garante dei diritti delle persone disabili?».

Chi?
«Il capo di gabinetto della ministra della Disabilità. Le pare una garanzia di indipendenza?».

Non esattamente un contropotere. Se c'è qualcosa che le norme non riescono a frenare sono i suicidi. Sempre più numerosi.
«Non c’è un rapporto di connessione diretta, causa effetto, tra il sovraffollamento, le condizioni materiali di detenzione e i suicidi. Ma c’è un rapporto di correlazione chiaro. Se la parola d’ordine è chiudere, questo determina uno stato di tensione complessiva. E nella tensione sono i soggetti più fragili che soccombono».

A distanza di 50 anni da quel piccolo miracolo che è stata la riforma dell'Ordinamento (seguito dall'altro che è la legge Gozzini del 1986), vede un pericolo di controriforma?
«No, ma non ce n'è bisogno: bastano le circolari. Quando non si dà la possibilità di mettere le tendine alle finestre, quando non si fanno appendere i manifesti ai muri "perché sono dello Stato", quando si negano certi libri perché considerati pericolosi, allora si sta già facendo una sorta di controriforma di fatto. Comunque i tentativi di cambiare le norme non mancano».

Cioè?
«Nella scorsa legislatura, sono state presentate due proposte di riforma dell'articolo 27, quello sulla rieducazione dei condannati. Era a firma Meloni, Del Mastro Delle Vedove e Lollobrigida. Aspetti che la trovo. Eccola, ce l'ho nella cartella "proposte pericolose", insieme a quello sulla modifica del reato di tortura».

Una proposta del 2021: chiedeva di cambiare l'articolo 27 limitando le finalità rieducative della pena con riguardo alla prevenzione e alla difesa sociale. Spiegava che l'esecuzione della pena deve avvenire «senza pregiudizio per la sicurezza dei cittadini». Un modo per depotenziare le misure alternative. Ma all'estero come funziona? Meglio o peggio?

«Ogni Paese ha la sua specificità, che deriva dal contesto e dalla sua storia. In Francia ci sono pessime condizioni di detenzioni e un tasso di sovraffollamento molto alto. In Spagna il sistema è migliore. A Madrid potrebbero mettersi a ridere se dicessimo loro che stiamo discutendo da anni di introdurre l'affettività in carcere: in Spagna è regola da anni, perno di un sistema più ordinato e controllabile. Per contro, in Spagna la contenzione meccanica è più frequente rispetto a noi, che abbiamo avuto la riforma Basaglia».

In Germania?
«Il numero dei detenuti è molto più basso del nostro. Noi abbiamo un tasso di imprigionamento dello 1,05 su mille abitanti, loro dello 0,77, ovvero un quarto in meno. Però hanno poche misure alternative. Anche perché in Germania si danno spesso all'inizio, nel momento in cui viene irrogata la sanzione. Ognuno ha la sua specificità».

In tempi di insicurezza globale, l'opinione pubblica è spaventata. La richiesta di pene più elevate e l'invocazione dell'ergastolo è sempre più frequente.
«Mi sembra si sia rallentato quel processo di emancipazione in cui era la politica a guidare il cambiamento. Oggi la politica è diventata subalterna al sentire sociale. È un cortocircuito che va interrotto». 



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