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E’ di queste ultime ore la notizia della clamorosa evasione di una detenuta estradata dal carcere femminile di Roma –Rebibbia. Sull’episodio sono in corso accertamenti e chi scrive non intende entrare nel merito dei fatti, tuttavia una riflessione sullo stato di totale abbandono in cui versa l’istituto romano appare d’obbligo.
Da un lato un precedente tentativo di evasione sventato poco tempo fa grazie alla perspicacia del personale che avrebbe dovuto costituire un campanello d’allarme e ora un evasione, purtroppo, avvenuta. Dall’altro, non più tardi di tre giorni fa, una detenuta, paziente psichiatrica, sottoposta a sorveglianza a vista, che ha aggredito l’addetta alla sorveglianza generale e un’assistente capo. Niente altro che l’ennesimo episodio che ha visto il personale di Polizia Penitenziaria impegnato a gestire, senza strumenti idonei e senza alcuna preparazione, persone affette da patologie psichiatriche se non finanche da doppia diagnosi, ovvero anche da uno stato di tossicodipendenza. Eventi critici che si susseguono pregiudicando la dignità professionale di chi, suo malgrado, è costretto a lavorare in un contesto disorganizzato e inappropriato; esposto al rischio di incorrere in pessime figure personali e professionali.

Al riguardo occorre prendere atto che la presenza in carcere degli specialisti psichiatri è insufficiente e nella maggior parte dei casi limitata ad alcuni giorni della settimana, lasciando comunque scoperte le fasce orarie serali e i festivi.
La chiusura degli O.P.G. (alla luce dei fatti precipitosa) e la limitatezza dei posti disponibili presso le R.E.M.S., ha creato una situazione esplosiva che rischia di mettere a repentaglio il buon andamento degli
istituti penitenziari. Il risultato è che il personale, abbandonato a se stesso, è chiamato a gestire, senza avere alcuna specifica competenza, persone incapaci di autodeterminarsi e anche per questo rimane spesso vittima di aggressioni di vario genere.
Allora Rebibbia femminile può essere presa quale esempio di un più generale sistema in sofferenza che lamenta più o meno le stesse condizioni: su un organico di circa 240 unità, ve ne sono 80 distaccate a vario titolo, di cui la stragrande maggioranza Roma su Roma, ovvero nei c.d. “palazzi del potere”.
L’attuazione della “sorveglianza dinamica”, in un Istituto storicamente gestito a “regime aperto”, si è limitata alla sola scopertura dei posti di servizio nello spasmodico tentativo di recuperare personale, senza per questo essere accompagnata da disposizioni di servizio attuali e congruenti rispetto ai compiti richiesti.

Un’organizzazione del lavoro che si rispetti, invece, deve prevedere diversi e graduali livelli di sicurezza che facciano fronte anche alla negligenza e all’errore umano, che pure andrebbe contemplato e deve fissare anche regole di ingaggio precise da adottare in occasione di eventi critici siano essi tentativi di evasione o di aggressione. Le scelte gestionali, invece sono state quelle di allentare le maglie della sicurezza e questo ha fatto sì che alla svista di un operatore conseguisse il collasso dell’intero sistema.
Forse è il caso di riflettere sull’assioma che senza sicurezza non può esservi trattamento, questo perché, per quanto tendente alla rieducazione, la detenzione non è una scelta volontaria della persona ma una costrizione e come tale deve essere garantita e gestita nella sua legittima esecuzione. Ragione per cui intendiamo richiamare l’attenzione delle SS.LL affinché si predispongano interventi strutturali volti a porre rimedio a questa incresciosa situazione, e questo prima che accadano fatti irreparabili.

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