Il carcere, la tua voce: «Venghino mafiosi venghino, cellulari per tutti»
24plus.ilsole24ore.com - Roberto Galullo
Se è vero che la media di telefoni cellulari posseduti da ogni italiano è 1,4 allora i 26 detenuti nelle celle di alta sicurezza della casa circondariale anconetana di Montacuto fanno ancora in tempo a recuperare sul valore medio.
Nel corso di una operazione di contrasto alla criminalità organizzata condotta all’alba del 14 maggio nelle sezioni di alta sicurezza 416 bis, il reparto di Polizia penitenziaria, sotto la guida del comandante Nicola Defilippis, ha infatti scovato 23 cellulari. Quasi uno a testa. Fuori di statistica e di amara metafora, si tratta dell’ennesima beffa della criminalità organizzata allo Stato, incapace di prevenire il fenomeno.
Carenze a Montacuto
Sacrosanta la sottolineatura di Antonio Langianese, segretario generale aggiunto Fns Cisl Marche. «Nonostante le gravi carenze di organico che interessano l’istituto, con circa il 35% di vuoti in organico – ha affermato – il personale ha dimostrato un impegno straordinario, richiamato anche fuori servizio, per garantire la sicurezza e la legalità».
Proprio nella settimana in cui si celebra il 33esimo anniversario della strage di Capaci – nella quale, il 23 maggio 1992, morirono il giudice Giovanni Falcone con la moglie e tre agenti di scorta – notizie come questa confermano che l’eredità antimafia del magistrato è lungi dal ricevere risposte adeguate dalle Istituzioni.
Le “attrezzature”
Nella Relazione del Ministero sull’amministrazione della giustizia anno 2024, presentata dal ministro Carlo Nordio il 24 gennaio 2025 nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ci sono 5 righe dedicate specificamente all’argomento. Sotto la voce “Attrezzature”, a pagina 672, si legge: «Analogamente, prosegue l’attività di contrasto e di prevenzione per l’indebito possesso ed utilizzo di telefoni cellulari da parte dei detenuti, mediante il finanziamento delle risorse per consentire l’acquisto di “rilevatori di cellulari”, “apparato radioricevitore” e “rilevatori cellulari portatili” finalizzati a porre in essere le azioni per la rilevazione, la ricerca e la inibizione dei segnali profusi dagli apparecchi cellulari di proprietà dei soggetti sottoposti a procedimento penale».
Eppure, nel solo 2024 sono stati sequestrati 2.252 telefoni nelle celle: 6 al giorno. I prezzi di acquisto spaziano da 150 a 2mila euro e il borsino dei criptofonini è alle stelle. Sono numeri certificati dal direttore generale Detenuti e trattamento del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), Ernesto Napolillo, nelle linee guida spedite nei primi giorni di febbraio 2025 ai provveditorati regionali e alle direzioni degli istituti penitenziari.
Le parole di Melillo
L’invasione dei cellulari nelle celle è inarrestabile e anni prima che alcuni pezzi dello Stato mettessero nero su bianco quel poco che al momento è possibile dire e mentre il “pasticcio” sulla schermatura degli istituti penitenziari continua, Giovanni Melillo, il capo della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, si lasciava andare a riflessioni che sembravano spegnere ogni speranza.
Il 24 ottobre 2019, da capo della Procura di Napoli, facendo riferimento ad alcuni istituti penitenziari, affermò in Commissione parlamentare antimafia che «il carcere è il luogo dove lo Stato esercita una assai limitata capacità di controllo (…) Vi dominano le organizzazioni mafiose, i cellulari vi entrano quotidianamente e non li sequestriamo neanche più talmente tanti sono».
Dichiarazioni che suonavano come una resa (a vedere il bicchiere mezzo vuoto) o come una sveglia (a scorgerlo mezzo pieno) e che, di lì a cinque anni, saranno ribadite più o meno con gli stessi toni, dall’attuale capo della Procura di Napoli, Nicola Gratteri, che a più riprese e in ogni occasione pubblica parlerà di vero e proprio fallimento del sistema penitenziario.
Il comunicato di Sottani
Il 6 marzo 2025 il Procuratore generale della Repubblica di Perugia, Sergio Sottani, ha diffuso un comunicato stampa il cui titolo è inequivocabile: “Cellulari in carcere, fenomeno in preoccupante aumento”.
Nel corso degli ultimi tre anni sono stati sequestrati all’interno dei quattro istituti penitenziari della regione Umbria 209 dispositivi telefonici. Anche in questo caso cellulari, smartphone e tablet sono stati rinvenuti nella quasi totalità a carico di detenuti di nazionalità italiana, appartenenti al circuito penitenziario di alta sicurezza.
Per arginare il fenomeno, le indagini svolte dalla polizia penitenziaria sono state potenziate con l’impiego di tutte le risorse necessarie. «Le tecniche si sono, infatti, evolute in maniera sempre più sofisticata – sottolinea il comunicato stampa – rendendo più difficile il controllo e l’individuazione dei telefoni nascosti».
Il reato “paradossale”
A Melillo e Gratteri rispose in modo propositivo il 18 novembre 2024 Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria, sottolineando che «paradossalmente, da quando l’introduzione e il possesso di telefonini in carcere costituisce reato, ne circolano molti di più. Questo perché ne è pressoché raddoppiato il prezzo di smercio, facendo aumentare i profitti e gli interessi per le organizzazioni criminali che ne organizzano e gestiscono i traffici».
Oggi De Fazio, al Sole 24 Ore sottolinea un altro paradosso in un Corpo di polizia nel quale i vuoti di organico si aggirano intorno alle 18mila unità: la formazione.
Il nodo formazione
«La formazione non serve solo a formare il personale – spiega il sindacalista – ma anche a conoscerlo in maniera quanto più profonda possibile. Il periodo di formazione era originariamente di 12 mesi poi ridotti per accelerare le assunzioni di cui l’amministrazione aveva e ha tuttora bisogno. Fino all’esplosione della pandemia da Covid-19, i mesi erano stati dunque ridotti a nove per poi diventare, in costanza di emergenza sanitaria, sei. Dopo i fatti accaduti nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, i vertici succedutisi al dicastero, a partire dai ministri, dissero che bisognava ampliare la formazione. Tanto è vero che ora i mesi sono diventati 4, che si riducono a 60 giorni effettivi di cui diversi a distanza». Coerenza della politica che, un giorno sì e l’altro pure, ricorda (a parole) i Servitori dello Stato caduti per mano delle mafie.
Ritardo grave
La sensazione – che in molti casi diventa certezza – è che tanto dentro quanto fuori le carceri, la criminalità organizzata sia sempre un passo avanti rispetto allo Stato sulla capacità di comunicare senza essere intercettati o scoperti. Il 24 aprile 2025 la Squadra mobile di Napoli ha notificato un’ordinanza a otto presunti affiliati ai clan Licciardi e Sautto-Ciccarelli nell’ambito di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo del capoluogo.
Leggendo gli atti si scopre che, per tutelarsi dalle intercettazioni, la camorra usava cellulari russi con sistemi di sicurezza di livello militare. «Noi avevamo i telefoni criptati, intendo dire i telefoni di marca Aquarius con cui puoi comunicare con una certa tranquillità... li usavamo solo per messaggi (…) erano abbastanza sicuri - spiega ancora il collaboratore di giustizia - perché dotati di codice ed anche se sequestrati dalle forze dell’ordine non possono essere consultati se non hai il codice e vari tentativi li rendono inutilizzabili», dice agli investigatori un collaboratore di giustizia ex affiliato al gruppo “Don Guanella” del clan Licciardi.
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