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L’otto marzo è il giorno in cui, ormai da decenni, si usa celebrare la “giornata internazionale della donna”, momento di riflessione sulla sua condizione sociale e sulle discriminazioni e violenze di cui in tutto il mondo è vittima.

Stupisce che al giorno d’oggi si senta ancora il bisogno di dedicare una giornata simile alla donna, considerato che l’universo femminile non rappresenta certo una minoranza della società… bensì esattamente la metà della popolazione mondiale!

Sicuramente molte sono state le conquiste della donna nel nostro Paese nel corso dell’ultimo secolo, frutto di lotte e di battaglie: nel 1945 il diritto di voto, sancito con il suffragio universale; nel 1956 la parità salariale; nel 1969 la depenalizzazione del reato di adulterio; nel 1970 la legge sul divorzio; nel 1978 il diritto all’aborto, confermato da referendum solo nel 1981.

Ma se nel 2022 viviamo in una società in cui sono ancora fortemente radicati gli stereotipi di genere e in cui la piaga della violenza contro le donne continua a mietere vittime, forse non è ancora arrivato il momento di abbandonare l’opportunità che questa giornata ci offre.

In ambito lavorativo non meraviglia che la discriminazione femminile si renda possibile e ciò è imputabile ad un mercato del lavoro che, almeno nel nostro Paese, non si è adeguato nel tempo e si trova fermo ad una concezione del lavoro ancora molto maschile e fisica. Confidiamo quindi nella spinta che l’era della digitalizzazione potrà dare verso un diverso modo di intendere il lavoro e, conseguentemente, verso una maggiore equità in termini di opportunità tra uomini e donne.

Mai come in questo momento storico al sindacato è affidata una così grande responsabilità, proprio in considerazione del ruolo determinante che potrà apportare nella realizzazione di tutti quei cambiamenti necessari a ristabilire equità sociale.

Diciamo allora che dare voce alle donne è il primo gesto di coerenza che va compiuto da chi intenda identificarsi e proporsi come tutore dei loro interessi.

In occasione della giornata dell’8 marzo dello scorso anno, la Segreteria Nazionale ha rappresentato alla Ministra della Giustizia on. Cartabia, al Capo del D.A.P. e al Direttore Generale del Personale la necessità di una celere revisione delle piante organiche, considerato che risultano calcolate sulla base di un presupposto normativo erroneamente interpretato e in relazione a funzioni istituzionali che costituiscono solo una piccola parte di quelle espletate al giorno d’oggi. I nuovi compiti affidati alla polizia penitenziaria (di polizia stradale, di protezione e vigilanza, di prelievo e tipizzazione del DNA) nulla hanno a che vedere con l’impiego nelle sezioni detentive. Altri, come ad esempio i nuclei di polizia penitenziaria istituiti presso gli UEPE, si svolgono addirittura all’esterno delle mura detentive.

La attuali dotazioni organiche, frutto di concezioni obsolete vanno a confinare le donne della polizia penitenziaria  agli istituti di pena femminili o negli istituti di pena maschili in numero appena sufficiente a garantire il controllo dei parenti dei detenuti. Limitare l’impiego del personale femminile all’indispensabile, rispetto a quello che potrebbe essere il loro impiego possibile, oltre a costituire un’evidente disparità di opportunità lavorativa va a compromettere anche la loro possibilità di beneficiare di quei diritti, tutelati dalla legge in tema assegnazioni, previsti dall’art.42 bis della L.151/2001 o dall’art.33 della L.104/1992.

Fino ad ora tale invito è rimasto inascoltato ma è intendimento della UILPA Polizia Penitenziaria continuare a perseguire tale obiettivo, certi che la volontà di affrontare un problema sia il primo passo per risolverlo.

Oggi più che mai si ha bisogno di persone coraggiose, intenzionate a rompere schemi ormai obsoleti per giungere ad una vera parità di genere, improntata anche al rispetto della diversità piuttosto che ad un’omologazione tra i generi.

Anche in questo la UIL PA polizia penitenziaria continua a fare la differenza.

MIchela Romanello
Segretaria Nazionale

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